Un muro bianco alto tre metri che entra dritto nel mare. Da una parte gli uomini, dall’altra le donne. Sembra la descrizione di una spiaggia di un secolo fa, eppure siamo nel cuore dell’Europa di oggi.
Negli ultimi giorni, lo storico Bagno Marino Lanterna di Trieste – conosciuto da tutti i locali affettuosamente come “El Pedocin” – è finito sotto i riflettori dei media nazionali, rimbalzando fino ai telegiornali di Rete 4. Il motivo? Le forti lamentele di alcuni turisti milanesi, rimasti “scandalizzati” da questa separazione netta tra i sessi, definita anacronistica e fuori dal tempo.
Ma siamo sicuri che la prospettiva di chi arriva da fuori sia quella giusta? Dietro l’indignazione per il celebre muro del Pedocin c’è una storia che chi non è di Trieste fa fatica a comprendere.
Cos’è il Pedocin e perché esiste un muro al Bagno Lanterna?
Per capire la polemica, bisogna fare un passo indietro. Il Bagno Lanterna è un vero e proprio unicum in tutta Europa. Costruito all’inizio del Novecento sotto l’Impero Austro-Ungarico (precisamente nel 1903), nacque con l’intento di prevenire “atti contrari alla decenza”. All’epoca, la rigida divisione tra uomini e donne era la norma.
La vera anomalia, però, non è che il muro sia stato costruito, ma che non sia mai stato abbattuto. Sopravvissuto a due Guerre Mondiali, al passaggio di imperi e nazioni, e ai grandi stravolgimenti sociali del ’68, il muro è ancora lì. E non per imposizione di qualche legge retrograda, ma per precisa volontà dei triestini.
La polemica in TV: il turista contro la tradizione
La recente bufera mediatica, esplosa con le dichiarazioni dei turisti (in particolare milanesi) su Rete 4, si basa su un classico malinteso culturale. L’occhio del turista abituato alle spiagge attrezzate di Rimini o ai lidi patinati della Versilia arriva al Pedocin e vede un limite, una costrizione, una divisione inaccettabile nell’era moderna.
Il ragionamento di chi viene da fuori è semplice: “Perché nel 2024 non posso fare il bagno con mia moglie o la mia fidanzata?”
La domanda è lecita, ma sbatte letteralmente contro il muro della tradizione locale. Il turismo mordi e fuggi spesso pretende che i luoghi visitati si adattino alle proprie abitudini, ma Trieste è una città di porto, fiera, testarda e profondamente legata alle sue peculiarità.
Oltre lo “scandalo”: perché il Pedocin è simbolo di libertà
Ecco la verità che le telecamere dei tg faticano a inquadrare: per i triestini, il Pedocin non è un simbolo di oppressione patriarcale, ma esattamente l’opposto. È un’oasi di assoluta libertà.
Basta varcare l’ingresso del “lato donne” per capirlo. Lontano dallo sguardo maschile e dal giudizio estetico della società dei social network, madri, nonne, ragazze e bambine vivono la spiaggia con una spontaneità disarmante. C’è chi prende il sole in topless senza alcun imbarazzo, chi gioca a carte per ore, chi porta i pranzi al sacco condividendoli con le vicine d’asciugamano.
Non è un caso che, ogni volta che si è ventilata l’ipotesi di abbattere il muro (l’ultima volta con un sondaggio informale tra i cittadini), le donne triestine siano state le prime a votare per il NO. Il Pedocin è una comfort zone intergenerazionale, dove ci si spoglia non solo dei vestiti, ma anche delle convenzioni sociali.
Abbattere il muro o difendere la storia?
La polemica dei turisti milanesi solleva un dibattito interessante sul modo in cui viaggiamo. Quando visitiamo una città, dobbiamo cercare di capirne le contraddizioni o pretendere che diventi una copia delle altre?
Il Bagno Lanterna di Trieste non è solo un pezzo di spiaggia economica a due passi dal centro (l’ingresso costa poco più di un euro!), è un monumento vivo della cultura giuliana. Un posto dove il tempo si è fermato, ma dove la socialità è più viva che mai.
E voi da che parte state?
Pensate che i turisti abbiano ragione e che il muro del Pedocin sia un anacronismo da abbattere, oppure credete che le tradizioni (anche le più bizzarre) debbano essere tutelate a tutti i costi? Fatemelo sapere nei commenti qui sotto!
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